mercoledì 2 settembre 2009

Morte e decreto (in)sicurezza


Quando è troppo è troppo.Ciò che è uscito questa mattina sull'Unità non fa che alimentare l'amarezza in quanti ancora credono in un paese civile. Non si tratta nè dell'ennesima prova che incastra questo o quel politico e nemmeno della copia di un'intercettazione telefonica tra due mafiosi. Si tratta semplicemente di scatti. Scatti rubati da un cellulare di un poveraccio rinchiuso in un centro di detenzione Libico con l'unica colpa di essere l'ultimo degli ultimi e, per questo, di aver cercato di fuggire dal proprio paese alla ricerca di un piccolo Eden che lo potesse rendere un po' meno ultimo. Sì, il poveretto aveva cercato di raggiungere l'Italia su un gommone per poi essere respinto a Ganfuda, in Libia, dove ha trovato ad attenderlo una prigione in cui le torture sono all'ordine del giorno.
E' stato allontanato dalle nostre coste come si fa con le zanzare in estate. Non gli è stato nemmeno chiesto se avesse diritto d'asilo: nulla. Sarebbe stato troppo ,per un paese civile, provare a trattarlo come un essere umano.
Questa è solo una delle centinaia di storie di uomini, donne e sì, perfino bambini, che al loro ritorno nel continente Africano trovano la morte e la violenza. E questo dovrebbe fare riflettere tutti, di destra o di sinistra, sull' accoglienza riservata allo straniero, al diverso, che, in nome di un fantomatico principio di sicurezza, viene cacciato e spedito verso un vortice il cui fine segna anche la fine della vita. E' ora che ci si svegli e si capisca che il metodo anti-diverso proposto dal nostro malGoverno provoca morte. Morte che pesa sulla coscienza dell'Italia che vuol essere un paese civile.
Si chiedeva Teresa Strada, arresasi proprio in queste ore alla malattia, che cosa fosse la clandestinità dal momento che viviamo tutti sullo stesso pianeta. Clandestino potrebbe essere un marziano, pensava.
Ecco, anche un solo clandestino morto in Libia come in qualsiasi altro paese, dovrebbe invalidare il pacchetto-(in)sicurezza.


PS

Vorrei ricordare all'On.Presidente Silvio Berlusconi che la libertà di pensiero è tutelata dall'art.21 della costituzione. Chi esprime, in privato, su un blog o su un giornale, idee diverse dalle Sue, non è automaticamente un diffamatore querelabile.
La libertà di stampa è una prerogativa per ogni società democratica.

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